Racconto: Lo sguardo del cretino
Ore 10:00 14 Giugno 4150, Pianura Padana
Il paesaggio era semplicemente desolante: una distesa piatta e brulla di terreno a perdita d’occhio, il suolo deformato da una ragnatela di spaccature dovute all’estremo calore.
Se mai c’era stata dell’acqua in quella zona, essa era ormai scomparsa da tempo.
Jonathan scosse incredulo il capo e toccò il riquadro esterno del casco per attivare l’interfono.
-Controllo, siete sicuri delle coordinate? Qui c’è solo deserto in tutte le direzioni.
-Esploratore Uno, siamo sicuri, ormai dovresti esserci dentro da alcuni minuti.
A Jonathan venne quasi da ridere a quell’affermazione: il cielo era terso e non tirava la minima traccia di vento.
La visibilità era eccellente, all’orizzonte però solo sabbia.
-Controllo, non è per fare il pedante, ma l’unica cosa in cui posso nuotare qui è della polvere!
-Esploratore Uno, smettila di fare lo spiritoso e guardati attorno piuttosto
Il giovane imprecò mentalmente contro l’idiozia dei suoi superiori: lo avevano mandato lì per una ricognizione sottomarina e invece del mare neppure l’ombra.
Jonathan si sentiva quasi un idiota in quel luogo con la tuta da sub e lo scafandro.
L’unica nota positiva della situazione era la termoregolazione condizionata della muta: venticinque gradi dentro contro i minimo cinquanta dell’esterno.
Un cambio tutto sommato favorevole.
-Controllo, odio insistere ma qui non c’è…
All’improvviso il giovane notò qualcosa sul terreno a qualche metro di distanza da lui.
A causa del casco non si era accorto subito della presenza di quel luccichio bianco, ma, una volta notato, era ben visibile.
Stupefatto si avvicinò alla strana fonte di rifrazione solare e constatò una verità ancora più assurda di quella in cui già si trovava: ai suoi piedi c’era lo scheletro fossile di un animale.
Il vento, con una lenta erosione dovuta a secoli di sforzi, ne aveva levigato la superficie fin quasi a smaltarla.
I resti, integri e splendidamente conservati, erano lunghi circa due metri e mezzo.
Jonathan rabbrividì riconoscendone all’istante la figura: il becco allungato a rostro e la lunga fila di denti, a occhio un centinaio, erano inconfondibili.
Delphinus delphis, un delfino comune.
Anche un biologo marino meno bravo di lui lo avrebbe riconosciuto all’istante.
-Controllo, rettifico. Credo di averlo trovato il mare dopotutto.
Jonathan, nonostante il fresco della tuta, cominciò a sudare copiosamente.
Ore 10:00 14 Giugno 2011 Bologna
Questo è un cretino, Mariangela si era ripetuta mentalmente quella frase decine di volte nell’ultima ora, ma la realtà dei fatti sembrava darle palesemente ragione.
Il cosiddetto consulente “esterno” si era dimostrato peggio del previsto: un tizio occhialuto dall’aspetto decisamente ordinario, alto e dinoccolato.
Ma la cosa veramente irritante era l’atteggiamento; non si era nemmeno presentato, se non con un laconico “Salve” per sedersi poi in una poltrona a fianco a quella del capo.
-Bene signori, il signor Neri è un esperto in ottimizzazione dei processi lavorativi ed qui per darci una mano. Per cui adesso desidero che in successione un’esposizione della nostra ditta nei minimi dettagli.
E loro nei sessanta minuti successivi lo avevano fatto.
Nella sala riunioni la tensione era palpabile a tal punto da consolidarsi in una cappa di caldo oppressivo; l’aria condizionata era certamente accesa, ma nella stanza non sembrava sortire alcun effetto.
Pagato per dormire e non dire un accidente, Mariangela ancora non si capacitava di come ci si fosse potuti rivolgere a un tale cretino. A me hanno negato l’aumento, mentre questo si siede, poggia la mano sotto il mento, chiude gli occhi, si assopisce e noi lo compensiamo pure.
Anche Marni, capo dell’ufficio acquisti, era decisamente irritato e non faceva nulla per nasconderlo dall’alto dei suoi trent’anni di permanenza nella ditta. Sembrava guardare quel nuovo venuto quasi i suoi occhi fossero capaci di appiccare incendi a comando.
-Allora signor Neri cosa ne pensa fino a adesso?
La voce del capo sembrò spezzare una sorta di incantesimo e riportare il consulente alla realtà: alzò i gomiti dal tavolo, raddrizzò la schiena e, sempre tenendo le palpebre abbassate, cominciò a parlare: -Una idea base me la sono fatta e consiglio i capo-reparto, qui presenti, di prendere appunti perché ho parecchio da dire.
-Direi che possiamo aggiornarci e meditare nel contempo sugli ottimi spunti che ci sono stati forniti. Signori potete andare.
La riunione era finita con un rumore strascicato di sedie spostate e di passi sommessi uniti a un silenzio basito.
Mariangela ancora non si capacitava: quello spilungone aveva parlato per due ore filate senza mai fermarsi, cogliendo le criticità dei vari settori e fornendo nel contempo soluzioni semplici e efficaci.
Questo qui ci ha fatto passare per un branco di imbecilli, Mariangela raccolse i fogli che aveva davanti con stizza e solo allora si accorse che nella sala riunioni era rimasta solo lei assieme a Neri.
Quest’ultimo aveva finalmente aperto le palpebre e la fissava con un’espressione neutra.
-Tenere gli occhi chiusi mi aiuta a concentrarmi.
-Prego?
-Ho detto che con gli occhi chiusi la mia concentrazione aumenta, pensavo che volesse saperlo.
Mariangela era troppo sbigottita per rispondere, ma si accorse che Neri non aveva finito affatto.
-E poi mi piace da matti fare le mie relazioni e vedere per prima cosa l’espressione della gente al comprendere che il cretino nella stanza non sono io.
Ore 10:00 14 Giugno 4150, Pianura Padana
Il caldo era un’entità palpabile, concreta nell’umidità nebulizzata simile a un velo d’acqua.
Eric continuò a farsi strada nella fitta vegetazione, senza produrre il minimo rumore; passi decisi, lenti e cadenzati in linea retta.
-Esploratore due, qui controllo, situazione?
L’uomo arrestò la sua avanzata senza smettere di guardarsi attorno.
-Nessuna traccia di presenza umana per ora, solo quelle fresche del passaggio di un grosso animale. Istruzioni?
La voce nell’auricolare tacque per qualche istante prima di rispondere.
-Procedi dietro la pista dell’animale.
-Controllo, qui esploratore due, ricevuto.
Eric riprese la marcia seguendo l’evidente varco nell’erba alta; pur essendo giorno fatto la luce filtrava a malapena tra gli alberi e il fogliame: la giungla era una perfetta serra verde.
La camminata continuò per parecchi minuti fino all’aprirsi di uno spiazzo, un piccolo squarcio offerto dalla natura a quel labirinto di vegetazione; al suo interno una gigantesca fiera era accovacciata, intenta a sbranare una preda.
L’uomo guardò la bestia retaggio dei suoi libri di scuola di bambino: un felino lungo circa tre metri, dal pelo rossiccio e del peso approssimativo di quattrocento chili. Due lunghe zanne gemelle fuoriuscivano dalla parte superiore della bocca come chiaro segno distintivo.
Uno Smilodonte, più volgarmente detto tigre dai denti a sciabola.
Eric passò meccanicamente la sua pistola mitragliatrice MP5 dalla modalità colpo singolo a quella raffica corta, imbracciando nel contempo meglio l’arma.
Lo scrocchio del selettore attirò l’attenzione della bestia che si girò con uno scatto verso la fonte improvvisa di rumore: due occhi gialli si fissarono in quelli dell’uomo carichi di una furia atavica.
Per un paio di secondi il tempo parve congelarsi in un nulla di fatto, in una stasi che niente sembrava rompere, in un silenzio carico di tensione.
Il boato del ruggito e l’esplodere dei colpi furono quasi contemporanei; i proiettili 9 mm Parabellum falciarono lo Smilodonte senza possibilità di scampo.
L’umidità della giungla si tinse di rosso del sangue dell’animale agonizzante, mentre la carcassa crollava a terra con un tonfo.
-Esploratore due che succede? Abbiamo sentito dei colpi.
-Controllo non ci crederete mai.
Ore 10:00 15 Giugno 2011 Da qualche parte
-Allora?
L’uomo sulla sessantina distolse l’attenzione dalla pila di documenti sparsi sulla scrivania in una cacofonia visiva di cifre, grafici, equazioni. La giovane donna fissò per meno di un secondo quegli occhi grigi prima di abbassare lo sguardo e arrossire leggermente.
-Abbiamo ricontrollato tutto decine di volte. Nessun guasto all’hardware né al software.
-Eppure capisci anche tu che c’è qualcosa che non va.
La donna chinò la testa ancora di più, nel contempo avvampando in maniera palese.
-Non lo posso negare.
L’uomo si appoggiò allo schienale della poltrona e chiuse gli occhi.
-Procedi con il terzo tentativo, intanto io ho fatto chiamare quella persona.
La donna rispose, ma la sua voce passò da pacata a concitata: -Ritieni sia proprio necessario coinvolgere un esterno?
Le palpebre si sollevarono di scatto rivelando due tizzoni grigi, che interruppero ulteriori repliche.
-Si.
Ore 10:00 15 Giugno 2011 Bologna
L’ufficio era situato all’ultimo piano di un anonimo palazzo del centro storico; imboscato in una traversa di una traversa, il classico posto che sai che è lì altrimenti non esiste per nessuno.
Sulla porta di vetro zigrinato dell’ingresso la semplice scritta nera “S. d. C. Consulenze” priva di qualsiasi logo.
L’uomo varcò la soglia e si ritrovò in un piccolo ufficio alquanto scarno: solo una scrivania, una libreria e due poltrone.
-Il signor Neri?
L’uomo sulla trentina con gli occhiali fece cenno di sedersi al nuovo venuto; questi si accomodò e cominciò a parlare: -Signor Neri lei mi è stato caldamente raccomandato, ma una cosa gliela devo chiedere: cosa significa quella sigla sulla porta?
-Il nome della ditta? Sono le iniziali delle parole “Sguardo del cretino”.
-Prego?
Luca Neri si limitò a sorridere e a ripetere il medesimo discorsetto come faceva ogni volta con un cliente nuovo.
-Se ci pensa è esattamente quello faccio: entro in una azienda non conoscendo nulla di essa, ma con lo sguardo dello stupido estraneo ne vedo i difetti e la ottimizzo.
Lo sconosciuto era visibilmente perplesso.
-Capisco la sua diffidenza iniziale, ma la invito a riflettere su un paio di questioni: in primo luogo io non mi faccio pubblicità in nessun modo, vivo del passaparola dei clienti soddisfatti.
Neri fece una pausa a effetto senza smettere di sorridere.
-In secondo luogo costo caro, ma valgo ogni singolo soldo speso.
Questo non è solo cretino, ma è pure di una arroganza spaventosa, non poté fare a meno di pensare il nuovo venuto prima di rispondere: -Si è spiegato benissimo. Ma adesso devo chiederle una seconda cosa prima di entrare nel vivo.
Il potenziale cliente si fece estremamente serio.
-Lei ha mai lavorato per un ente governativo?
Ore 10:00 14 Giugno 4150, Pianura Padana
Sembra la Cecenia dopo la rappresaglia, Ivan si ripeté quella frase per l’ennesima volta guardandosi attorno; macerie sparse facevano da contorno a un terreno brullo, bruciato, cotto dall’erosione.
-Esploratore tre, situazione?
-Il centro urbano è solo un ammasso di rovine. Sono evidenti i segni di un bombardamento su larga scala con armi al fosforo.
-Presenza umana?
-Zero.
-Procedi come stabilito.
Ivan continuò a avanzare in quella desolazione urbana, zigzagando fra ammassi di pietre spaccate, facendo la gimcana tra le fenditure dell’asfalto; l’AK-47 posizionato a tracolla era un dolce peso per l’uomo, la canna posizionata sempre secondo la visuale, quasi un terzo occhio.
Passarono parecchi minuti inframezzati solo di rovine, polvere e il nulla.
Ivan era ormai stanco e stava per accendere l’interfono quando vide comparire una piccola figura, sicuramente un quadrupede di colore nero.
Imbracciata meglio l’arma, l’uomo si avvicinò e pian piano maggiori particolari si resero evidenti: la bestia era priva di pelo, la pelle era inesistente e lasciava esposte le fasce muscolari in ampie zone. L’intero corpo era comunque ricoperto da pustole trasudanti un icore giallastro.
Una visione aberrante.
L’animale si voltò solo quando la distanza fra loro fu di pochi metri; non accennò alcuna reazione evidente, si limitò a tirare fuori la lingua dal muso e a rimanere immobile.
Ivan comprese in un flash che cosa aveva di fronte e riattivò la comunicazione.
-Controllo? Ho trovato qualcosa.
-Esploratore tre, di che cosa si tratta?
-Un cane. Credo che sia un cane.
Ore 10:00 16 Giugno 2011 Da qualche parte
Il cappuccio nero fu tolto con un movimento secco, lasciando Neri leggermente accecato dalla luce al neon.
-Era proprio necessaria tutta questa messinscena da film spionistico di second’ordine?
Il consulente si guardò attorno e si ritrovò seduto in ufficio senza finestre estremamente spazioso: le pareti erano ricoperte da librerie cariche di volumi e classificatori, inframezzate da grafici incomprensibili.
Anche l’unica scrivania era stracolma di fogli e dietro di essa un uomo sulla sessantina che lo fissava. Lo sconosciuto aveva un aspetto decisamente distinto, autorevole; il volto scavato era incorniciato da una folta barba bianca e, al vertice del viso, due freddi occhi grigi.
-Mi scuso per il teatrino, ma la natura di questo istituto è coperta dal più stretto riserbo e, come capirà presto, ne abbiamo motivo.
L’uomo parlò senza il minimo colore o partecipazione, glaciale come il suo sguardo.
-Ivan, Eric potreste lasciarci soli?
I due energumeni si limitarono a un silenzioso cenno d’assenso e a lasciare la stanza.
Ex-militari, Neri si ripeté per l’ennesima volta. Gli era parso evidente già a una prima occhiata quando erano passati a prenderlo sotto casa: l’aspetto, la struttura fisica, il modo di muoversi e atteggiarsi.
Dulcis in fundo, il rigonfiamento mal celato dalla giacca, chiaro segno della presenza di una fondina sotto l’ascella.
-Innanzitutto è meglio che mi presenti. Sono il professor Lars Wheltz e sono il direttore di questo istituto.
Una mano fu allungata e stretta fugacemente da Neri, il quale si limitò a commentare:
-Siamo comunque in Italia.
-Prego?
-Ho detto che ci troviamo ancora in Italia.
Wheltz si limitò a arricciare la bocca in un sorrisetto mal celato.
-E cosa glielo fa supporre?
-Anche se sono stato prelevato da casa e costretto a fare un lungo viaggio bendato, ho comunque notato che tutte le persone qui parlano l’italiano, lei compreso. Persino i due gorilla lo biascicano decentemente, così come il resto del personale che ho sentito parlare attraverso il cappuccio.
-Non potrebbe essere una messinscena?
Neri si limitò a scuotere il capo.
-Troppo elaborata per ingannare una sola persona, mi sembra più plausibile che il personale, anche quello straniero, abbia una vita fuori di qui e parli di conseguenza la lingua del posto.
Wheltz non ebbe alcuna reazione a quella affermazione.
-Lei è decisamente la persona giusta. Ma, prima di iniziare, mi permetta di rivolgerle io una domanda: sa cos’è una computer quantistico?
Neri aggrottò la fronte decisamente perplesso.
-Ho letto qualcosa in rete. Un computer analogico comune si basa sull’alternanza della corrente elettrica a cui vengono assegnati i valori di uno e zero; in uno quantistico invece è la vibrazione dei quanti a dare gli impulsi di calcolo e comprende i valori di zero, uno e le infinite cifre fra i due numeri.
-E questo cosa comporterebbe?
-Una maggiore precisione nel calcolo e nella velocità di elaborazione.
Wheltz sorrise soddisfatto.
-La sua è una discreta descrizione e, per quanto riguarda la velocità, un computer quantistico è in grado di eseguire in pochi secondi calcoli astronomici che impiegherebbero l’utilizzo simultaneo per mesi di tutti i calcolatori del globo uniti assieme.
Neri sollevò le sopracciglia.
-Mi sta dicendo che ne avete costruito uno?
Il sorriso di Wheltz si allargò.
-Per la precisione ne abbiamo realizzato l’equivalente di un super-computer analogico e lo abbiamo unito a una tecnologia di nuova concezione che sfrutta le proteine viventi per immagazzinare i dati. Non entro in noiosi dettagli tecnici, ma abbiamo ottenuto capacità di elaborazione e memoria quasi illimitate.
Il consulente era decisamente sbigottito.
-Sono colpito, ma, con tutto il rispetto, che cosa calcolate con una bestia del genere?
-Il mondo.
-Come?
Il silenzio che seguì durò un paio di secondi.
-Stiamo elaborando una versione virtuale completa del pianeta terra.
Ore 11:00 16 Giugno 2011 Da qualche parte
Neri guardò attraverso il vetro verso il basso, sotto di lui un immenso viavai di tecnici in camice bianco.
La stanza era enorme, ma il macchinario posto al centro la riempiva quasi interamente: un cilindro sdraiato alto almeno tre metri e lungo più di una decina.
-Impressionante vero?
Gli occhi di Wheltz luccicavano a quella visione passando dal grigio fino a diventare bianchi.
Ecco un papino orgoglioso nell’osservare la sua creatura, pensò Neri osservando il professore al suo fianco e aggiungendo laconicamente nel contempo: -Decisamente.
Wheltz parve non accorgersi del tono e continuò imperterrito: -Per ottenere una simulazione più accurata possibile abbiamo scaricato nella sua memoria tutti i database esistenti sul pianeta. In più abbiamo aggiornamenti secondo per secondo provenienti da Echelon.
-Vuol dire il sistema di intercettazione internazionale delle comunicazioni satellitari?
-Esatto. Il computer quantistico sa tutto quello che conosce il mondo, lo elabora e lo trasforma in una copia fedele, perfetta in ogni dettaglio.
Questa volta Neri era decisamente colpito.
-Tutto questo è incredibile, ma ancora non capisco che cosa ci faccio io qui. Non sono un tecnico e nemmeno un esperto di informatica.
Wheltz si limitò a annuire.
-Lei ha ragione, ma non le ho detto tutto riguardo alla macchina. Il super-computer non si limita a replicare il nostro mondo, è anche in grado in muoversi in avanti.
-In che senso?
-Nel senso che con i dati fornitigli può calcolare e generare una simulazione del futuro possibile.
Neri rimase in silenzio per qualche secondo, mentre la nuova informazione veniva digerita e assorbita.
-Ancora però non riesco a vedere il mio ruolo in tutto ciò.
-Fino adesso abbiamo mandato tre persone a visitare questo futuro e ogni volta esso era totalmente diverso.
Ore 12:00 16 Giugno 2011 Da qualche parte
-Ma mi sta ascoltando?
Anne per l’ennesima volta guardò quelle palpebre abbassate reprimendo la rabbia.
Il professor Wheltz deve essere impazzito per essersi rivolto a un cretino come questo.
Il direttore aveva condotto nel suo ufficio quella specie di consulente, Neri aveva detto di chiamarsi, appena dieci minuti prima e già sembrava un’eternità.
-Questa è la dottoressa Anne Rouelle, la nostra esperta in fisica dei quanti, che la relazionerà su tutto. Aveva detto Wheltz prima di lasciarli. -Le ponga pure tutte le domande necessarie.
Neri, dal canto suo, si era semplicemente seduto su una delle poltrone davanti alla sua scrivania, poggiato un gomito sul tavolo per sorreggere la testa e chiuso gli occhi. Un laconico “La ascolto” le aveva dato il via e lei aveva dato iniziato un soliloquio durato fino a quel momento.
Ma il consulente non dormiva affatto e, sempre senza sollevare le palpebre, rispose: -Quindi mi sta dicendo che per la fisica quantistica non sarebbe un’anormalità avere futuri così diversi dato un presente certo.
Anne aggrottò le sopracciglia per la sorpresa.
-Nella normale realtà è così, ma cercherò di spiegarmi meglio. Lo conosce il paradosso del gatto nella scatola?
-Francamente no.
-Immaginiamo di avere su questa scrivania una scatola e che le dica dentro di essa ci sia un gatto. Fintanto che io non la aprissi e ci guardassi dentro, il gatto vivrebbe in una sorta di “limbo quantistico” in cui tutte le realtà possibili coesisterebbero all’unisono: il gatto è vivo, è morto, esiste e non esiste, e così via. E’ l’osservatore con l’azione di guardare che scarta tutte le possibilità facendone emergere una sola.
-Lei però ha parlato di normale realtà. Che cosa intendeva?
Anne si senti decisamente spiazzata: sapeva di essere una donna avvenente, ci aveva convissuto per tutti i suoi trent’anni. L’aspetto da Barbie formosa le aveva concesso degli indubbi vantaggi e non pochi grattacapi con gli uomini (che per altro sembravano provarci con lei quasi fosse una prova d’onore), ma non era mai stata trattata in questo modo.
Per ascoltarmi mi ascolta, forse lo metto in imbarazzo, si limitò a pensare prima di rispondere: -La realtà dentro il computer quantistico è di tipo controllato. E’ la macchina l’osservatore, che, tramite calcoli probabilistici, determina il mondo maggiormente probabile. Per questo non è possibile che tre viaggi nello stesso luogo e momento futuro diano adito a scenari così distinti.
Neri rimase un attimo in silenzio.
-Avete detto di aver fatto compiere tre viaggi, suppongo in tre fasi distinte. Non potrebbe essere allora che fosse il presente a essere diverso? Mi è stato detto che aggiornate il database della macchina in tempo reale e, per quel che ricordo della Teoria del Caos, anche una differenza minima potrebbe dare adito a esiti molto diversi. Piccole differenze nell’oggi che danno origine a voragini nel futuro.
Anne era sempre più colpita, ma si limitò a scuotere il capo.
-Avevamo pensato anche noi a tale eventuale e dal momento del primo viaggio non abbiamo più aggiornato il database. Il presente nel computer quantistico è bloccato.
-Come aver premuto il tasto pausa?
-Esatto.
Neri rimase immobile per una decina di secondi, prima di spalancare gli occhi e fissarli in quelli di Anne.
-Chi sono le persone che avete mandato nei viaggi?
Anne rimase gelata da quello sguardo indagatore privo di ogni traccia di disagio.
-Tutti membri dello staff dell’istituto. Il primo Jonathan è il capo oceanografo e poi abbiamo mandato Eric e Ivan, appartenenti alla sorveglianza. Questi ultimi li ha conosciuti.
-I due energumeni che mi sono venuti a prendere?
Anne sorrise.
-Esatto. Eric era un marine che è stato parecchi anni in Sud-america nei contingenti che combattevano i Narcos, Ivan è un ex-appartenente alle forze speciali russe.
Di punto in bianco Neri si alzò in piedi e fece per uscire della stanza.
-Si può sapere dove va adesso?
Il consulente quasi non si voltò.
-Con lei ho finito. Credo che adesso tocchi a me fare un viaggio nel futuro.
Ore 13:00 16 Giugno 2011 Da qualche parte
-Assolutamente no.
-Guarda che la mia non era una richiesta.
Wheltz guardò negli occhi colui che aveva osato protestare: un uomo sulla quarantina, rasato a zero; non particolarmente alto (un metro e settanta scarso), ma dal fisico imponente, gonfio e massiccio, chiaro segno degli allenamenti da body-builder.
-Abbiamo tentato ogni strada. Continuò Wheltz senza battere ciglio e con tono duro. -Abbiamo escluso un problema all’hardware e il software senza problemi. Per quanto riguarda eventuali virus, sappiamo entrambi che il nostro sistema è incompatibile con quelli esterni.
-Ma far compiere un viaggio a un estraneo, mi sembra una scelta inconcepibile.
L’uomo provò a obbiettare ancora una volta, ma pareva aver perso mordente.
Wheltz si limitò a annuire.
-Normalmente sarei d’accordo con te. Tuttavia siamo stati noi a chiamare qui il signor Neri e queste sono le sue richieste.
Anne guardò il capo della sezione informatica abbassare lo sguardo e annuire di rimando.
-Bene. Vorrei allora che spiegassi tutte le procedure al nostro ospite e gli facessi fare un viaggio.
L’uomo si avvicinò al consulente e allungò la mano presentandosi: -Dottor Remo Renzi. Sarò il suo operatore di controllo durante il viaggio.
Neri strinse stancamente la mano ripetendo meccanicamente il suo nome e aggiungendo: -Cosa dovrei fare a questo punto?
Renzi non si scompose e indicò un parallelepipedo poco lontano da lui.
-Questa è una vasca virtuale.
Neri osservò il costrutto mentre l’altro parlava: era saldato al suolo, lungo poco più di due metri, largo e alto uno; parecchie tubazioni fuoriuscivano dalle sue estremità e finivano nel pavimento.
Quasi un enorme ragno metallico.
-Una volta che sarà entrato, le verrà fornito un respiratore e sarà blandamente sedato. A quel punto l’involucro interno verrà colmato di un liquido psico-reattivo e neurotrasmettitore che le permetterà di speriemtare gli impulsi provenienti dal computer…
–Matrix docet.
-Prego?
-Come il film Matrix. Realtà virtuale indistinguibile dalla normale.
Renzi era interdetto dall’essere stato interrotto e non lo nascose.
-Si. Più o meno.
A questo Neri si riscosse e, con un movimento convulso, estrasse dalla giacca un block-notes e una penna.
Scrisse rapidamente qualcosa e passò il foglietto a Renzi.
-Il professor Wheltz mi ha accennato che gli altri viaggi si sono svolti in uno stesso giorno di un lontano futuro.
-Esattamente il 14 giugno 4150.
-Bene. Quella è la data e il luogo del futuro in cui vorrei essere mandato.
Renzi lesse velocemente e si irrigidì.
-Ma è sicuro?
-Certamente. Ma prima vorrei visionare i curricula di coloro che mi hanno preceduto.
Mentre i due parlavano Anne si mosse alle spalle di Renzi e sbirciò la scritta sul foglietto.
Questo è cretino, il pensiero si fece strada per l’ennesima volta nella testa della donna dopo aver letto la data sul pezzo di carta.
Alzò lo sguardo e lo fissò in quello di Neri sperando di intravedere scherno o tracce di burla.
Non ne trovò.
Ore 13:00 17 Giugno 2011 Bologna
La lezione era finita e gli allievi cominciarono a uscire ordinatamente dalla sala in un cicalare sommesso misto al rumore di piedi strascicati.
Il professor Gatti spense il proiettore dei lucidi e cominciò a raccogliere i fogli sparsi sulla scrivania; la lezione era stata particolarmente seguita e lui era soddisfatto della partecipazione.
-Mi scusi professore?
Gatti sollevò lo sguardo e si trovò davanti un uomo sulla trentina con gli occhiali dall’aspetto ordinario, magro e alto più di un metro e ottanta.
Decisamente fuori corso per essere un mio studente, si ritrovò a pensare mentre rispondeva: -Desidera?
-Volevo farle i complimenti per la lezione sul metodo scientifico, davvero molto interessante.
Gatti si schernì preso alla sprovvista. “La fisica, specie quella teorica, è una materia avulsa da qualsiasi piaggeria” gli aveva ripetuto il suo mentore durante il tirocinio all’università.
Ogni tanto però non è vero, pensò.
-Grazie, molto gentile.
-Dovere. Volevo farle una domanda che esula l’argomento odierno.
-Mi dica.
-Lei cosa sa dirmi di Nick Bostrom e del super-computer alieno?
Il professor Gatti aggrottò le sopracciglia, scuotendo il capo.
No, non è un adulatore. E’ un cretino qualsiasi.
-E’ un filosofo, docente della Oxford University, promotore di una teoria secondo cui, in soldoni, il mondo potrebbe essere un gigantesca elaborazione virtuale gestita da intelligenze superiori. Prova ne sarebbero, secondo lui, i miracoli e i déjà vù in realtà errori di programmazione della macchina.
L’uomo rimase in silenzio per qualche secondo, poi salutò il professore e se ne andò come era venuto.
Gatti, perplesso oltre ogni dire, non poté evitare di esternare a voce alta: -Certo che il mondo è pieno di matti.
Scosse ancora il capo e continuò a mettere a posto la sua roba.
Mentre usciva, Neri si concesse un ultimo un ultimo sguardo all’aula absidale di via De Chiari: un grande cubo del lato di una decina di metri, che al completo poteva contenere in comodità quasi trecento persone.
La struttura a anfiteatro romano la rendeva una ottima aula assai adatta a tenere lezioni universitarie.
Arrivato in strada e accertatosi di essere solo, Neri sollevò lo sguardo e rivolto a nessuno in particolare disse: -Ok Controllo, riportami indietro.
-Si può sapere cosa le è servito fare un viaggio nel centro storico di Bologna, un giorno avanti nel futuro?
Neri continuò a strofinarsi con l’asciugamano ancora gocciolante della sostanza psicoreattiva della vasca virtuale.
Renzi trasudava bile in ogni gesto e parole, ma il consulente parve non farci caso.
Con la massima calma terminò di rivestirsi.
-A niente di particolare, disse all’improvviso, solo a farmi comprendere con precisione qual’è il difetto del computer quantistico.
Ore 14:30 16 Giugno 2011 Da qualche parte
La stanza delle riunioni era un locale senza finestre con al centro una grande tavola rotonda contornata da una decina di sedie; all’interno tre figure erano sedute una accanto all’altra, mentre una quarta era accomodata di fronte a loro.
Quasi una piccola commissione per un esame universitario.
-Vorrebbe dirmi che in poche ore ha già capito qual’è il problema?
-Direi di si.
Tre paia di occhi si fissarono sul consulente scrutandolo in cerca di un qualsiasi segnale di scherno.
Vi trovarono solo impassibilità condita da una leggera noia di fondo.
Wheltz si schiarì la voce prima di ricominciare a parlare, gettando ai suoi due sottoposti un’occhiata di sbieco.
-E quindi?
-Il tutto è stato molto semplice in verità, quasi banale mi verrebbe da dire.
A quelle parole Renzi si fece livido in volto e una vena pulsante comparve sul suo cranio rasato, mentre la dottoressa Anne Rouelle si limitò a sbiancare.
Invece Wheltz pareva scolpito nel porfido.
-Dai vostri resoconti degli altri viaggi, mi sono reso conto di un’unica varianza, un unico elemento dissonanza ricorrente…
A questo punto Renzi proruppe: -La vuole smettere una buona volta di tirare per le lunghe con questa suspence da quattro soldi e dirci una buona volta tutto?
Il consulente continuò come se niente fosse.
-Fate un attimo di mente locale e ragioniamo insieme. Qual’è la sola variante nei tre viaggi precedenti? Il computer e i dati sono gli stessi, e i medesimi sono la data e il luogo d’arrivo.
Nessuna risposta, solo il silenzio.
Sul volto di Neri si allargò un gran sorriso.
-L’unica differenza era il viaggiatore.
Ore 14:40 16 Giugno 2011 Da qualche parte
-E questo cosa c’entra? Renzi sbottò fissando in cagnesco il consulente. Neri d’altro canto si limitò a continuare con il suo tono pacato.
-Mi è stato spiegato con dovizia di particolari che il futuro viene calcolato dalla macchina in base all’eventualità statistica. In parole povere il computer elabora i dati in suo possesso generando poi la versione del futuro più statisticamente probabile.
-Questo lo sappiamo benissimo. Sentenziò la dottoressa Rouelle. -E non mi dica che la sua ipotesi si basa sul fatto che immettiamo i dati del viaggiatore nel computer, aggiungendo così una variabile al calcolo perché non è così.
Questa volta fu Wheltz a intervenire: -Quello del viaggiatore era un problema che ci siamo posti fu dall’inizio anche noi. Eravamo ben consapevoli che aggiungere anche poche variabili avrebbe fatto sballare il risultato. Per questo forniamo al computer solo il nome del viaggiatore e questi si limita a costruirgli attorno il futuro possibile. Dopotutto essendo una copia esatta del nostro mondo siamo tutti lì dentro…o meglio un nostro clone virtuale.
Neri sorrise.
-Questo vale per i dati, ma per l’interpretazione?
-In che senso?
-La dottoresse Rouelle mi insegna, al sentirsi nominare quest’ultima sobbalzò, che le probabilità, in particolare quelle derivanti da fatti non puramente matematici, necessitano di un metodo interpretativo o sbaglio?
-Si…
La donna, colta di sprovvista, dapprima cominciò a balbettare per poi riprendersi quasi subito.
-…ma abbiamo ovviato anche a questo, inserendo la discrimine della maggiore probabilità.
-E non potrebbe essere a questo punto che la prospettiva maggiormente probabile possa essere quella derivante dalle aspettative inconsce del viaggiatore?
I tre rimasero basiti in silenzio, mentre il consulente proseguiva implacabile.
-Il computer quantistico sa tutto di noi, speranze, aspettative, se siamo ottimisti o meno. Per cui un oceanografo di indole pessimista vedrà un futuro desertificato, mentre un ex-militare russo traumatizzato dalla guerra in Cecenia si ritroverà in un mondo devastato dalle sommosse civili; per ultimo un ex-soldato delle forze americane con incubi del passato nella giungla pluviale, si ritroverà catapultato lì.
Altra pausa ad effetto.
-Il computer propenderà le probabilità in quella direzione.
I tre si fissarono per qualche secondo e fu Wheltz il primo a proferire parola.
-Mi sta dicendo che il computer quantistico è inaffidabile per un qualsiasi viaggio nel tempo?
-No assolutamente, per il presente e sopratutto per il passato mi sembra un ottimo strumento. Per il futuro invece l’unico consiglio che posso darvi è quello di utilizzare un viaggiatore che sia fuori da qualsiasi database mondiale.
-E dove diamine lo troviamo uno così?
Il colore del volto di Renzi era passato dal rosso rubino a quello cianotico.
Neri rispose semplicemente: -In un paese del terzo mondo, lì ci sono ancora zone in cui un computer o un censimento non sanno nemmeno cosa sia.
Ore 15:00 16 Giugno 2011 Da qualche parte
La dottoressa Rouelle premette il pulsante di chiamata.
-Questo ascensore la porterà nel sotterraneo dove una macchina la riporterà a casa.
Neri si limitò a annuire.
-Sempre i due energumeni vero? Molto bene.
La doppia porta si aprì e il consulente entrò nel vano.
-Non ho capito una cosa però.
-Dica.
-Perché è voluto andare un giorno avanti nel futuro e perché sopratutto quella domanda su Nick Bostrom?
Neri sbuffò.
-In verità niente di che, volevo solo fare un giro su quella super-macchina e mi piaceva l’ironia di citare la teoria di Bostrom in quella situazione. Non trova che sia molto divertente?
Ma la Rouelle era tutto fuorché divertita e non lo nascose affatto.
-La sa una cosa? Lei è veramente il cretino che tanto scimmiotta nel nome della sua ditta e mi solleva sapere che non la rivedrò mai più.
-Ma ci rivedremo ancora.
Un sorriso beffardo comparve sul volto di Neri mentre le porte si chiudevano.
-Il mio lavoro qui non è finito.
La Rouelle percepì quell’ultima frase quasi fosse un presagio.
Ore 10:00 17 Giugno 2011 Centro Storico di Bologna
Scrivere il rapporto aveva occupato poco più di un’ora e Neri lo rilesse, lo stampò e lo infilò in cartelletta gialla che teneva sulla scrivania. Fatto questo prese un foglio bianco e iniziò a scrivere, questa volta con la penna.
“Aggiungo questa postilla scritta a mano libera perché non so fino a che punto il programma Echelon sia in grado di entrare nel mio computer. Sicuramente non può farlo con la mia testa, almeno non ancora.
Il computer quantistico darà ancora problemi, mi sembra evidente.
Con Wheltz, la Roulle e Renzi non ne ho fatto parola, ma è un dato di fatto.
Il mio viaggio nel futuro è stato stupefacente, un livello di interazione incredibile. Ma una cosa è una simulazione, un’altra è la consapevolezza. Quando ho fatto la domanda su Nick Bostrom al professor Gatti ho visto sulla sua faccia stupore, mista a rabbia e rassegnazione.
Sentimenti.
Non si simula un sentimento. O, se lo fai, vuol dire che lo conosci.
C’è solo una parola che descrive tutto questo: autocoscienza.”
Neri finì di scrivere e fissò il telefono sapendo che presto sarebbe squillato.
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