Racconto: Ecomostro.
-Io l’ho visto. Vi dico che l’ho visto. L’ho visto.
La voce ripeteva la stessa frase a macchinetta da ore, dondolando sulla avanti e indietro, le braccia incrociate.
-Da quando continua con questa tiritera?
I due uomini fissarono la figura dall’altra parte del vetro.
-Non lo so, ma come gli altri.
-E’ un vero casino.
-PLASTINO!
L’urlo risuonò nell’ufficio. Il giovane uomo scattò in piedi, quasi sull’attenti.
Si voltò e si diresse di corsa nella stanza attigua. Non ci fu bisogno di bussare: la porta era aperta. Fece capolino e si limitò a dire: - Comandi?
La donna sollevò lo sguardo verso il nuovo venuto fulminandolo.
- Si può sapere che cos’è questa merda?
-Glielo manda D’Andrea dall’archivio.
Un grugnito di risposta, mentre la donna rigirava i fogli del corposo incartamento presente sul tavolo..
-Chiamalo subito.
Il tono non ammetteva repliche, né discussioni. L’agente Plastino si diresse alla sua scrivania e prese il telefono.
-D’Andrea.
-Sono Plastino. L’arpia ti vuole vedere con urgenza.
L’ultima parte della frase fu detta piano, Quella donna ha un udito bestiale.
-Arrivo.
Notte. Buio.
I lampi delle torce illuminavano scorci di una costruzione in rovina: una armatura di cemento estesa, scritte oscene e vari ghirigori fatti con vernici spray di colori, escrementi di animali, sporcizia, lordume.
- ‘Sto posto è uno schifo.
Luca ridacchiò.
-E cosa ti aspettavi il Cocoricò?
Marco si limitò a scuotere il capo.
- Certo che sei proprio una simpatia.
Ancora quella risata, un suono fastidioso, irritante.
Ma perché lo sopporto?
Marco era un sacco di tempo che si ripeteva quella domanda, anche se dentro di sé ne conosceva la risposta.
-Non fare il permaloso adesso. Non vedi che questo è perfetto.
-Già...perfetto se vuoi farti una pera.
-No. Qua i drogati non ci vengono.
Marco si irrigidì e si voltò a guardare l’amico.
-Come sarebbe a dire che qua non ci vengono?
Luca fece spallucce.
-E’ che girano strane voci su ‘sto posto.
-E questo cosa sarebbe?
D’Andrea fissò la donna seduta dietro la scrivania: sulla cinquantina, ma ancora piacente; un paio di occhiali da vista in acciaio le davano un aspetto cattivo, spietato. Non migliorava il quadretto l’espressione di disprezzo e disgusto stampata sulle sue labbra.
Sì, ha ragione Plastino. Sei proprio una arpia.
-Allora?
D’Andrea si scosse e si strinse le mani dietro la schiena, mentre rimaneva in piedi; d’altronde nemmeno gli era stato chiesto di sedersi.
-Il questore Sandri si è raccomandato espressamente che ricevesse quel fascicolo una volta si fosse insediata. E così ho fatto.
La donna si limitò a sbuffare, mentre prendeva il grosso involto di documenti fra le mani.
-Innanzitutto quando parliamo del mio predecessore sarebbe meglio riferirsi a lui come ex-questore. E’ andato in pensione da più di un mese.
E non sai quanto ci manca.
Il pensiero attraversò la mente di D’Andrea come un macigno, ma si affrettò a rispondere:
-Mi scusi, ha ragione.
La donna fece un gesto con la mano per passare oltre.
-Si può sapere cosa c’è in via Belvedere.
Ci fu un attimo di silenzio. L’uomo deglutì.
-L’ecomostro di Casalecchio.
-E non fare il fifone adesso.
La voce di Luca aveva un finto tono spazientito; un ghigno di ironia malcelata gli rigava le labbra.
Sei sempre un maledetto stronzo.
Marco represse il pensiero e la rabbia, come tante volte in passato; si ripeté di avere pazienza. Il tutto durò un attimo, mentre continua imperterrito.
-Sono tutte cazzate comunque, favole per idioti. E se hai paura tu, pensa che strizza potranno avere le ragazze.
Al solo sentir pronunciare quell’ultima parola, il ragazzo si calmò avvampando.
Sofia e Mara. Soprattutto Mara e i suoi bellissimi occhi azzurri.
-Ok, hai ragione. E mo’ che facciamo?
Luca si guardò attorno agitando la torcia fino a puntarla su dei gradini in cemento: la rampa è appena abbozzata, anche se conclusa; uno dei tanti lavori incompiuti dello stabile.
-Io vado a controllare velocemente il piano di sopra. Tu dai una occhiata qui in giro.
D’Andrea se ne era appena andato e la donna guardò il sottoposto chiudere la porta dell’ufficio nell’uscire. Tutto nel suo linguaggio corporeo gridava indignazione, irritazione, sdegno.
Tuttavia il poliziotto non aveva all’apparenza battuto ciglio e si era limitato a esporre i fatti, a rispondere alle domande.
Come mi avranno soprannominato qui? La virago? La sclerotica? Oppure più semplicemente la stronza?
Anna Airoldi scosse il capo: da anni ci aveva fatto l’abitudine e non ci faceva più caso. Anzi lasciava correre senza farne il minimo cenno. Quello su cui non transigeva era la meticolosità e il metodo di lavoro; solo nell’ordine mentale e nell’esecuzione delle procedure stava la vera efficienza.
Tutto il resto erano stupidaggini, anche quella storia, soprattutto quella storia.
Una punta di irritazione si accese nella donna, mentre sfogliava i documenti.
Cosa diamine sarà passato nella mente di Sandri. Forse demenza precoce?
La Airoldi non capiva come uomo dalla fama così integerrima potesse aver dato credito a quelle voci assurde.
Eppure quel incartamento era lì, le chiedeva attenzione.
Per un attimo fu tentata di lasciar perdere e di ignorare la cosa, ma la curiosità ebbe la meglio: l’istinto indomabile che la spingeva a andare in fondo alle cose, al cercare il perché, il come e il quando. Il vero sprone che la rendeva un eccellente investigatore.
Partì dall’inizio e in particolare da un documento dattiloscritto datato maggio 1956. Lo lesse per qualche minuto e si rese conto che si trattava della denuncia di scomparsa di un certo Giuseppe Laher, detto Bepi, un operaio edile altoatesino di quarantatre anni.
L’uomo non aveva una buona nomea e alla Airoldi rimase impresso uno stralcio di deposizione di uno dei suoi colleghi di lavoro.
“...Secondo me al povero Bepi gli hanno fatto la festa e la cosa non mi stupisce affatto.
E’ una persona cattiva, che della sofferenza altrui; non so se conosce il genere...Un sadico dice? Sì, forse sadico è la parola giusta, se significa quello. Comunque non so perché sia andato via da Bolzano e venuto qui, ma non deve essere stata una bella storia.
Per dirle che tipo è...nel cantiere girava una cagnolina a cui alcuni di noi davano da mangiare ogni tanto. Un giorno quella bastardina ha partorito una cucciolata e a quel punto Bepi li ha presi tutti e li ha gettati nella calce viva di un pilastro che si stava solidificando.
Rideva mentre quelle povere bestie affogavano. Ripeteva sghignazzando che le famiglie devono rimanere unite e che finalmente l’avrebbero di guaire e fargli venire il mal di testa.
Perché nessuno l’ha fermato? Bepi è una vera montagna. Un omone tutto muscoli dallo sguardo cattivo. Lei lo fermerebbe?”
La Airoldi continuò a leggere.
Marco si guarda attorno e non vede altro che dello schifo: detriti misti a polvere e sporcizia.
Questo posto è una vera latrina.
Il disgusto e il ribrezzo aumentavano ogni volta che la torcia illuminava una nuova zona. Nonostante tutto il ragazzo continuò imperterrito nell’esplorazione: dopotutto Luca ne sapeva molto più di lui di donne, lui sì che ci sapeva fare.
-Le spaventiamo per bene e poi vedrai come ci si stringeranno addosso.
Certo era un bel piano sulla carta, ma Marco non potè fare a meno di notare l’assoluto silenzio del posto. Nessun rumore, il nulla.
All’improvviso un grido squarciò quella coltre rendendo stupido il pensiero precedente.
Veniva dal piano di sopra.
L’ecomostro era un grosso parallelepipedo alto tre piani, una armatura di cemento dotato di scale interne, di tetto, ma privo di pareti laterali.
Uno scheletro di pietra in mezzo alle villette e ai caseggiati: alle spalle le colline piene di verde e i campi di un contadino.
La Airoldi stava osservando la costruzione da alcuni minuti e ancora non si capacitava di come un edificio così ributtnate avesse potuto ottenere una simile nomea.
Ma quattro morti accidentali, cinque scomparse misteriose, senza contare un numero imprecisato di incidenti o di casi di persone trovate prive di senno di notte al suo interno narravano una storia diversa. In quasi settant’anni di storia quell’opera incompiuta, quella cattedrale nel deserto aveva collezionato una scia infinita di aneddoti spiacevoli sul gruppone.
Nonostante questo era ancora lì.
La Airoldi aveva voluto vedere di persona quell’affare e aveva parcheggiato la macchina poco distante dall’entrata per avere una visione d’insieme.
Era passato parecchio tempo e alla fine era sceso il buio senza che giungesse alcuna risposta, non che ne cercasse veramente.
E’ solo un chiaro esempio di isteria collettiva fomentata dal folklore popolare.
Ne era stata convinta fin dal primo momento, una serie di eventi nefasti erano avvenuti nello stesso luogo e la gente comune aveva contribuito con il passaparola ad alimentare una leggenda con le dicerie.
Come se non bastasse, la cattiva fama attirava nuovi visitatori desiderosi di aggiungere un nuovo tassello alla favola. L’ecomostro era di fatto una creatura prodotta dalle fantasie malsane e trasformata in un essere sempre più orrendo ogni volta. La paura ingenerata faceva poi il resto, aumentando gli incidenti in un luogo già pericolante.
Rassicurata da queste considerazioni, la donna stava per mettere in moto e andarsene, quando vide un paio di scooter accostare a fianco dell’entrata.
Due ragazzini sui quindici/sedici anni scesero dai motorini e armati di torce entrarono nello stabile.
Il primo istinto della Airoldi fu di scendere dalla vettura e fermarli, ma si trattenne. Che ci pensassero per una volta i loro genitori, lei aveva altre priorità al momento: il nuovo gruppo di spacciatori ucraini che si stava attestando nel quartiere, quello che era un problema serio.
Il grido la riportò alla realtà.
L’unico pensiero di Luca era fuggire, andarsene da quell’orrore, da quella visione assurda blasfema.
Quella considerazione primaria lo portò all’azione dopo un minuto in cui non aveva fatto altro che gridare. Un minuto eterno.
Si voltò e si diresse verso il lato opposto del piano in una corsa disperata e cieca verso una lontana salvezza.
Le sue urla continuarono e, per un momento, Luca ebbe la visione di una figura che saliva le scale da cui era venuto (una donna forse?), ma non importava...doveva andare via di lì al più presto.
In un lampo la donna era entrata nell’edificio con la pistola in pugno.
Dopo pochi metri aveva trovato il primo ragazzino smarrito in preda al panico. Con un gesto brusco gli aveva strappato di mano la torcia intimandogli di uscire di lì e di chiamare la polizia, poi era salita al secondo piano dove stavano continuando le grida.
Salite le scale in un balzo, si imbatté nel secondo ragazzino che le correva incontro.
Fu solo un lampo nel buio, una figura che correva disperata in preda al panico.
La Airoldi cercò per un attimo di fermarlo, ma poi alle sue spalle la torcia illuminò qualcosa.
E lei vide.
Marco riattaccò il telefono dalla chiamata al 112 e iniziò a girare nervosamente attorno ai due scooter.
-Ma dove sono?
Un’ombra nera, un corpo buio si lanciò nel vuoto dal secondo piano, mentre iniziavano una serie di nuovi rumori.
Nel pilastro centrale di cemento il corpo di un uomo si agitava come se stesse nuotando nell’acqua; era un uomo alto e grosso, il volto deformato da una intensa espressione di dolore. Altre figure si agitavano nell’acqua/cemento, dei piccoli esseri che sembravano cani.
Quelle creature cementificate aggredivano le membra dell’uomo staccandone vigorosi brandelli e subito dopo la carne/cemento si riformava per essere di nuovo fatta a pezzi.
La Airoldi osservò quella scena aberrante per secondi/minuti/ore senza riuscire a muovere un muscolo.
Poi uno dei cani si voltò a guardarla: occhi rossi e un ringhio di zanne di pietra.
La donna si scosse.
Urlando sollevò la pistola e iniziò a sparare.
-L’ho visto. L’ho visto. Vi dico che l’ho visto.
D’andrea e Plastino guardarono la donna dall’altra parte del vetro, una immagine pallida di quella che era solo poche ore prima: priva degli occhiali e i capelli, una volta castani, ora completamente bianchi.
-Cosa dicono i medici?
Fu D’Andrea a spezzare il silenzio.
-Parlano di stress post-traumatico, una paura talmente forte da mandare in pappa il cervello.
-E il ragazzo?
-Morto. Nulla da fare.
Plastino scosse il capo, mentre la rabbia si faceva strada.
-Ma è mai possibile che non si possa abbattere quel maledetto mostro?
D’Andrea fece spallucce.
-E’ dagli anni 60 che ci provano. Nei decenni si sono susseguiti vari progetti per riqualificarlo o abbatterlo...ma niente. La burocrazia ha fatto fallire tutto ogni volta e quel mostro è ancora lì. Siamo in Italia.
I due rimasero ancora in silenzio a fissare il vetro.
-Questa situazione è un vero casino...ma chissà cosa ha visto quella poveraccia.
Plastino scosse e guardò un’ultima volta la donna dall’altra parte.
-Non lo so e non lo voglio proprio sapere.
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