Racconto Sword and Sorcery: Il volere del pugnale
La guardia mi passa vicino senza avermi notato.
L’ambiente mi è per una volta favorevole: il lungo corridoio è illuminato da torce che creano degli anfratti d’ombra; delle nicchie laterali poste a intervalli regolari forniscono il nascondiglio ideale. L’uomo in armatura supera la mia posizione tirando dritto per la sua strada e sparendo dalla mia vista.
Continuo il mio percorso con l’animo in subbuglio, l’irritazione si aggiunge alla rabbia che mi pervade.
Ai miei tempi una tale sciatteria nella sorveglianza l’avrei fatta pagare con venti colpi di sferza. Maledetto Caleb pagherai anche per questo!
Il solo nominare mentalmente quel farabutto mi fa stringere ancora più forte la mano attorno al pugnale: sento il freddo contatto dell’impugnatura finemente lavorata sulla pelle, il paramano d’acciaio teviano copre indice e pollice come un guanto.
L’ironia della situazione mi riporta alla cruda realtà: il non essere veramente lì, il non essere veramente vivo.
Mi scuoto. Ho una missione da portare a termine e un fottuto bastardo da eliminare.
-Ripetimi i tre elementi fondamentali per la costruzione di un oggetto magico.
Un silenzio imbarazzato, mentre il giovane ripassava mentalmente prima di rispondere.
-Un incantatore competente, il sacrificio umano di un’anima affine alla magia che si vuole evocare, un oggetto ricettacolo di ottima fattura.
L’impatto dello schiaffo sul volto gelò l’apprendista, che si afferrò la guancia colpita con una mano.
-La magia è precisione assoluta, anche nelle parole. Come gli astrologi sulibani sono maniacali nei loro calcoli per predire il movimento delle stelle, così dobbiamo esserlo noi nell’esercizio delle nostre capacità.
L’uomo più anziano si girò verso il tomo presente sul tavolo, sollevando e rimirando un bellissimo pugnale che teneva fra le mani.
-La fattura del ricettacolo deve essere eccezionale e la scelta dell’aggettivo non è banale.
L’arma fu poggiata accanto al libro, mentre gli sguardi dei due si incrociavano.
-Quando un artigiano lavora al suo meglio, inconsciamente mette un pezzo della sua energia vitale in quello che crea e questo rende l’incantamento ancora più potente e persistente. Hai capito adesso?
-Sì, maestro.
La porta d’ingresso delle stanze personali di Caleb è istoriata da immagini riguardanti l’ascesa del dio Hortu al tempio della magia. Anche da lontano rimiro il lavoro di Axel Subiath, il maestro di glifi, le figure in movimento quasi vive nel loro fermo agire. Una costosissima e meravigliosa opera d’arte, che adesso però non mi appartiene più.
Rabbia e amarezza vengono sostituiti da una fredda risolutezza mentre osservo le due guardie a difesa dell’entrata: ormai solo la vendetta mi è rimasta come balsamo per le mie ferite.
Aggiro, non visto, lo sguardo dei soldati e mi dirigo al passaggio segreto a quelli che, una volta, erano i miei alloggi e che adesso sono i suoi: un ingresso solo a me noto, forse una delle poche cose rimastami.
Caleb fissò le spalle del maestro chine sul prigioniero: le sue dita esperte tracciavano rune con una pittura porpora sul petto di quel giovane uomo, un Kulibano dalla pelle nera come la pece.
-Avvicinati, mio caro.
Il Mago Supremo fece un cenno al suo apprendista.
-Come ti dicevo l’altro giorno, l’anima ricettacolo è una parte fondamentale nella creazione di un manufatto di potere.
Caleb fissò gli occhi spalancati nella catalessi della droga di quella vittima sacrificale: il corpo era disteso supino sull’altare, assolutamente immobile tranne che per il leggero respirare.
-Costui è Azmad dei Khirghisi, un guerriero estremamente famoso fra le tribù delle steppe di Kulib per la sua forza e resistenza.
Mentre parlava il mago sorrise della sua dissertazione.
-Un oggetto intriso della sua essenza vitale fornirà al suo utilizzatore un vigore senza pari in battaglia. Hai capito adesso?
Un attimo di silenzio prima della flebile risposta.
-Sì, Maestro.
Sul viso del mago il sorriso si tramutò in un ghigno sinistro.
-Bene. Ora ti dispiacerebbe prendere quel pugnale dalla mia scrivania?
Il muro mobile si sposta facendo un sibilo: impreco in silenzio mentre entro nella stanza smorzando il rumore dei miei passi; la polvere e l’inutilizzo di anni hanno reso il meccanismo perfettamente oliato del passaggio segreto l’ombra di quello che era.
Spero che nonostante tutto né Caleb né le guardie abbiamo sentito qualcosa.
Sempre con estrema cautela entro nella camera e mi richiudo il passaggio alle spalle.
Nulla.
Nessun grido di allarme, nessuna voce concita.
Rimanendo immobile mi guardo intorno e osservo ciò che mi circonda: l’ambiente mi è familiare e alieno al tempo stesso. Il tocco dell’usurpatore ha lordato ogni oggetto a me appartenuto e gli stessi mobili hanno mutato disposizione pur essendo i medesimi.
Questa considerazione però dura solo un attimo e un altro pensiero entra preponderante nel mio essere: Caleb.
Vedo una figura avvolte nelle coperte nel grande letto posto a meno di cinque passi da me.
Mi avvicino quasi tremando per l’eccitazione.
-A te l’onore.
Caleb rimase impietrito per qualche istante: il suo sguardo passava frenetico dal maestro al corpo del Kulibano.
-Non devi esitare, mio apprendista. La tua prima uccisione rituale sancirà il tuo passaggio a mago novizio.
Il giovane fece un profondo sospiro e si avvicinò all’altare sollevando il pugnale nella mano.
Il mago supremo gli fece accanto parlandogli quasi in un sussurro: - Colpisci al cuore senza il minimo dubbio o timore.
Il ragazzo menò un fendente circolare netto e preciso...nel petto del suo maestro.
Scosto le coperte pregustando il volto di Caleb nel vedermi lì: un misto di stupore, paura e sgomento nel vedere qualcuno che sta per pugnalarti...forse simile a quello che avevo io.
Ma la realtà è ben diversa.
Mi ritrovo davanti una donna seminuda; gli occhi a mandorla ne tradiscono le ascendenze Selinite.
Per un attimo tutto rimane congelato: io con il pugnale alzato e lei impietrita.
Poi la donna inizia urlare e sto per girare i tacchi e fuggire...quando sento un dolore lancinante alla schiena.
Faccio a malapena a voltarmi e a incontrare lo sguardo sgomento di Caleb.
Stavolta mi ha pugnalato alla schiena.
Cado a terra e poi il buio.
Il maestro ebbe un attimo prima che l’oscurità lo cogliesse...terminò il rituale con l’ultimo alito rimastogli e osservò lo sguardo cattivo negli occhi di quello che era stato il suo apprendista.
Poi l’oblio.
-Fortuna che mi sono dovuto alzare per pisciare altrimenti questo mentecatto mi avrebbe ucciso. Si può sapere chi è?
-Dall’aspetto sembra uno straccione, mio signore.
-Straccione o no, è riuscito a penetrare nelle mie stanze e eludere le guardie...qualcuno pagherà. Ma intanto l’eccitazione ha risvegliato in me altri appetiti...portate via questa carcassa e lasciateci soli.
L’ultimo mio atto ha sancito la mia prigione e l’unica speranza di vendetta: ho fuso la mia essenza vitale nel pugnale e come un parassita infesto coloro che lo afferrano mossi da bramosia e cupidigia; anime deboli che posso soggiogare come burattini.
La giovane Selenita ha capito il mio valore attratta dalle pietre preziose dei intarsi; nella confusione ha dato un leggero calcio al pugnale per farlo finire sotto il letto e recuperarmi in secondo momento.
Quando lo farà, potrò agire finalmente.
Se di una cosa non posso dubitare è la cupidigia dell’animo umano.
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